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Il Jazz è ancora una musica che soffre di pregiudizi

Il jazz è ancora una musica che soffre di pregiudizi: è ritenuta troppo difficile da chi ascolta pop, troppo facile da chi ascolta classica, in genere poco conosciuta. Questo ha fatto sì che il mondo del jazz (musicisti, critici, appassionati) abbia vissuto questa situazione come una minaccia assumendo un atteggiamento di autodifesa acritica, affine al settarismo. Io penso invece che non faccia bene al jazz tacere sui suoi limiti e contraddizzioni. Io amo questa musica ma non la voglio imbalsamata. Il jazz ha bisogno di una critica, di dibattito. Il panorama regionale è secondo me molto ricco e di grande qualità ma questo patrimonio è poco visibile e le sue potenzialità ancora inespresse. Servirebbe un maggiore rigore da parte di tutti e la consapevolezza che dalla moltiplicazione delle proposte e degli eventi non può che venire del bene. A volte invece ho l'impressione che si preferisca la mancanza di attività per poter emergere. Condivido quello che viene sottolineato nel tuo intervento a proposito delle improvvisazioni "improvvisate". Se la prassi delle jam-session ha dei meriti questi emergono in un contesto "aperto" ed effervescente. Se per contro invece si crea un mercato protetto si finisce in una pratica endogamica che conduce alla sterilità e all'asfissia. Un altro aspetto riguarda la politica dell'ospite : cioè quando si imbastiscono situazioni concertistiche semplicemente giustapponendo un nome noto (meglio se anglosassone) ad un gruppo locale senza che vi sia un progetto o un affinità. Questi "trucchi" servono ad imbonire un pubblico che non si vuole far crescere criticamente. Ultima questione (ahi) la sovrapposizione della figura del musicista e del direttore artistico. So di toccare un tasto delicato, anche perchè nel jazz spesso l'auto-organizzazione è stata l'unica maniera di lavorare e proporre cose innovative. Però in molte delle rassegne viste l'innovazione latita e il rischio del conflitto di interessi incombe. La tentazione di utilizzare il cartellone a proprio vantaggio può produrre nicchie di autolegittimazione e "scambio". Sarebbe meglio per gli artisti evitarne anche il sospetto.
Flavio Massarutto